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Il muretto a secco è il protagonista indiscusso nel paesaggio rurale di Carovigno e da millenni ne disegna e ne delimita i confini (fig. 4.5.1).
Si tratta di un organismo architettonico che svolge contemporaneamente una molteplicità di funzioni, al servizio dello specifico contesto rurale, sociale e produttivo per il quale viene realizzato. In tal senso, esso si fa testimonianza materiale avente valore di civiltà, ovvero oggetto attraverso il quale è mantenuta viva la memoria delle radici culturali di questo popolo operoso. Per tale motivo il muro a secco merita in questa sede un particolare elogio.

La tecnica costruttiva impiegata per apparecchiare le schegge lapidee, consiste nella realizzazione di due cortine murarie (interna ed esterna), di ampia dimensione e sezione, di forma troncopiramidale, con allineamenti inclinati di circa 60° degli elementi in pietra (conci, schegge, bozze, residui di cava). Fra le due cortine lapidee viene costipato un riempimento di schegge di piccola pezzatura e pietroline, incastrate e costipate nel nucleo murario per sottocantieri successivi. L'ampiezza del muro dialoga e si rapporta alla sua altezza (base da 60 e altezza da 80 cm; base da 150 e altezza da circa 200 cm; fig. 4.5.2).
Un cappello lapideo, detto "coperta" ovvero "cappello di prete", chiude spesso la parte sommitale, fungendo da "diatono" che collega perpendicolarmente le due bozze lapidee delle cortine murarie esterne (fig. 4.5.3).
Nei campi coltivati, i muri a secco sono il risultato del processo di spietramento compiuto nei secoli dalla società contadina, per agevolare le attività di aratura e di coltura del terreno.

Dal punto di vista geologico, la struttura compositiva del muro a secco consente al sottosuolo di "respirare", quindi di conservare un gradiente di temperatura e di umidità relativa tali da garantire ai microrganismi di vivere (fig. 4.5.4).
Il muro a secco agevola il drenaggio dell'acqua piovana, in virtù della presenza d’interstizi, incrociati fra loro e a giunti sfalsati, che contestualmente evitano il processo di dilavamento del terreno.
Come in un articolato processo partecipativo, il muro a secco convive felicemente con la realtà naturale circostante; sia esso in pianura, in prossimità delle aree dunali; sia esso in collina, a ridosso dei terrazzamenti di cui contiene le spinte; sia in presenza di acqua di superficie che in concomitanza con l’afflusso di acque in falda.
Questa tecnica costruttiva accomuna le soluzioni architettoniche dei popoli che si affacciano sul bacino del Mediterraneo e che abitano terreni la cui geologia manifesti sedimenti calcarei e fenomeni carsici.
Dal punto di vista storico-culturale, il muro a secco conferisce da sempre eleganza formale al paesaggio agrario che lo ospita, affiancandosi con sobria eleganza sia al terreno da coltivare, sia alle composizioni architettoniche (masserie, trulletti, chiese rurali, specchie, fogge, pagliare, lastricati, aie, ecc), (fig. 4.5.5).

Il muro a secco si sposa cromaticamente con il colore della roccia viva affiorante, da cui derivano le sue bozze lapidee, mimetizzandosi fra la vegetazione e dando vita ad un habitat artificiale compatibile con quello naturale.
I muri a secco perimetrano le proprietà fondiarie, generando aree di rispetto della microflora e microfauna, che nei vacuoli della pietra trovano casa.
Il muro a secco garantisce la conservazione dei corridoi ecologici.

Dal punto di vista progettuale, il muro a secco è un elemento al 100% reversibile, ovvero smontabile e rimontabile in altro luogo; vero è anche che, qualora ben apparecchiato e appoggiato su sedimi in roccia o su terreno drenante ben costipato, resiste ad azioni di compressione anche notevoli, manifestando alti coefficienti di durabilità a fronte di bassi costi di manutenzione.
Non a caso il muro a secco salentino trova ampio impiego per la realizzazione dei muri di terrazzamento, anche in suoli a forte pendenza o adagiati sui clivi dei colli (fig. 4.5.6).
In prossimità di strade sterrate, in virtù della particolare tecnica costruttiva (assemblaggio di elementi finiti di piccole dimensioni, omogenei ma che non danno vita ad organismi architettonici dal comportamento monolitico e isotropo), il muro a secco non subisce cedimenti fondali considerevoli. Si deforma assecondando i microspostamenti del piano stradale, senza però causare collassi repentini, fatta eccezione per l’azione di perturbazioni violente e improvvise.
Infine, dal punto di vista progettuale, architettonico e paesaggistico, il muro a secco disegna la corografia dei territori e la loro storia nel corso dei secoli (fig. 4.5.7).

Garantisce, infine, nella varietà delle soluzioni formali, una continuità di sintassi linguistica, che contribuisce al disegno della bellezza del nostro territorio, facendogli acquisire valenze estetiche uniche e irripetibili (fig. 4.5.8, fig. 4.5.9, fig. 4.5.10)

  • L’elogio del muretto a secco
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