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Il rione Terra ospita, fino alla fine del Cinquecento, due principali edifici religiosi: la chiesa di Sant'Angelo (fig. 4.32) e la Matrice (fig. 4.33).
Tra la fine del XVI e per tutto il XVII secolo la città si arricchisce di due complessi monastici carmelitani. Dedicati a Santa Maria del Soccorso (seconda metà del XVI secolo) e alla Madonna del Carmine (prima metà del XVII secolo), sono simili per tipologia e per caratteri stilistici. A queste architetture si affiancano la piccola chiesa dedicata all'Addolorata, detta anche dell'Ospedale extra moenia (seconda metà del XVI secolo, fig. 4.34) e la chiesa dedicata a Sant'Anna intra moenia (seconda metà del XVII secolo, fig. 4.35).
Tutti gli edifici religiosi interni al borgo murato hanno subito nel tempo modifiche considerevoli, stravolgendo gli originari impianti, gli elementi decorativi, i sistemi di copertura e le facciate. Nell'ottobre del 1800, infine, è avviato sul versante occidentale extra moenia, il cantiere di una nuova chiesa, detta appunto Chiesa Nova. Quest'ultima resta incompiuta fino al 1977, allorquando, con un discutibile intervento di completamento, viene sventrata da strutture in conglomerato cementizio armato (fig. 4.36).

LA CHIESA MATRICE
La Chiesa Matrice di Carovigno è dedicata a Santa Maria Assunta in cielo (secoli XV-XIX) e si trova in via Cattedrale. La sua struttura originaria risale al XIV secolo; infatti, documenti d'archivio testimoniano la presenza intra moenia di prelati e di una comunità cristiana composta da arciprete e clerici già a partire dalla terza decade del Trecento (COCO 1926, FILOMENA 1987). Si deve, però, attendere il 1440 perché nei documenti si scriva esplicitamente di una Majore Ecclesia (BODINI 1896, FILOMENA 1987), afferente ai beni del feudo di Maria d'Enghien.
Le attuali strutture murarie denunciano la presenza di elementi architettonici realizzati a cavallo fra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, da mani esperte e sapienti, assimilabili per metodo di apparecchiatura muraria e scelta di stilemi architettonici e costruttivi a quelle dei maestri di muro e scalpellini operanti nella seconda metà del Quattrocento, nel cantiere della Cattedrale della vicina Ostuni (AURISICCHIO 2006; PECORARO 2005).

La Chiesa Matrice di Carovigno conserva il rosone lapideo, finemente ricamato in pietra, esposto ad occidente, confrontabile per fattura al più grande e noto rosone del prospetto principale della Concattedrale di Ostuni (fig. 4.37); l'originario presbiterio absidato e polilobato, decorato da dieci nicchie sormontate dal motivo scolpito della conchiglia, affrescate e intitolate, come per altro la primitiva chiesa Matrice, a Sant'Antonio da Padova (fig. 4.38a, fig. 4.38b, fig. 4.38c) (A.C.O.); l'elegante campanile in muratura, con fornice la cui ghiera presenta conci a bugne, dotato di una comoda scala a chiocciola in pietra, tipica dell'architettura aragonese (fig. 4.39a, fig. 4.39b).
L'impianto planimetrico a navata unica era coperto da una prima soluzione lignea a capanna, di cui resta traccia visibile solo sulle apparecchiature murarie della facciata occidentale. La soluzione coro polilobato e catino absidale in pietra, trova frequente applicazione nelle architetture religiose salentine a partire dalla prima decade del XVI secolo e per tutto il Cinquecento. Ne costituiscono esempi coevi e aulici i cori polilobati delle chiese di Santa Croce a Lecce; della Matrice di Minervino (Lecce), della Santissima Trinità di Manduria (Taranto), della Madonna del Carmine in Ostuni (fig. 4.40) (MANIERI ELIA 1989; CALVESI 1974; GELAO 2005).

Questa soluzione formale, già impiegata nel coro polilobato della Basilica del Duomo di Santa Maria del Fiore in Firenze (1418-1436), riscuote grande successo nel Salento del XVI secolo, contribuendo alla diffusione di una sintassi linguistico-architettonica di matrice gotico-mediterranea (MIRA, ZARAGOZA', CATALAN 2003), ma ammorbidita da influenze umanistico-rinascimentali (l'arco a tutto sesto, l'equilibrio compositivo generale; il rapporto armonico fra pieni e vuoti, fra altezza e larghezza della navata unica) (PECORARO 2003; CALVESI 1974; MANIERI ELIA 1989; GELAO 2005).
L'organismo architettonico attuale nasce dalla fusione di due differenti corpi di fabbrica, posti perpendicolarmente fra loro, con l'ingresso primitivo e l'abside orientati lungo l'asse est-ovest e il secondo ampliamento (XVIII secolo), ortogonale al primo e orientato lungo l'asse nord-sud (SCALIGERI 1987).

La prima fabbrica doveva essere tutta internamente affrescata e l'ingresso era ubicato in asse sotto il rosone, lungo l'antica via Pizzica (DE GIORGI 1982), oggi via R. Sanzio. Future indagini potranno confermare tale ipotesi, supportate dal ritrovamento dell'effige della Madonna del Soccorso risalente al 1823 e datata 1578 (A.S.C. FILOMENA 1987).
Il campanile, prospiciente via Cattedrale, posto a ridosso e sulla sinistra del coro polilobato, disegna lo skyline del borgo fortificato ed è bucato da un unico fornice, su doppio livello, con ghiera ad arco a tutto sesto.
L'ingresso attuale alla chiesa Matrice è rimasto incompiuto su via Cattedrale; realizzato con il reimpiego di materiali di recupero, in un arco temporale molto ampio che va dalla metà del XVIII secolo al 1897 ed è incompiuto. Presenta un doppio sperone murario, ingentilito dall'impiego di un ordine architettonico 'gigante', con capitello ionico (fig. 4.41).
Internamente la chiesa si sviluppa a navata unica con cappelle laterali. L’originario prospetto è stato tamponato a seguito della costruzione dell'altare dedicato alla Madonna di Belvedere (prima metà del XIX secolo). L'intersezione fra nuova aula liturgica e navata originaria è segnata dalla presenza di un magniloquente cappellone, non estradossato, protetto dal tiburio (fig. 4.42). La soluzione voltata ad ombrello, ad otto punte, consueta nei sistemi voltati stellari compositi del Salento, in Età Moderna, poggia su un pennacchio sferico decorato con finti stucchi e pitture a tempera (fig. 4.43a, fig. 4.43b).


CHIESA DI SANT'ANGELO
Questa chiesa viene considerata dai locali storici dell'arte il primo e più antico edificio di culto del borgo fortificato, anche se le fonti d'archivio più antiche risalgono al 1558 (Visita pastorale del vescovo G. Bovio, A.C.V. Ostuni, foglio 125). Il documento del Cinquecento cita altre chiese, quali quelle di Sant'Antonio, San Nicola, San Giovanni, San Sebastiano dentro le mura urbane e Belvedere fuori le mura, oggi non tutte sopravvissute (fig. 4.44a, fig. 4.44b).

Nulla conosciamo della chiesa originaria di Sant'Angelo, a causa di estremi interventi di revisione interna ed esterna subiti dall’edificio; è stata del tutto cancellata nel tempo ogni traccia dell'originario impianto, complici anche gli scellerati interventi di cattivo 'recupero' compiuti nel secondo Novecento (ANDRIANI 1889; DE GIORGI 1882; FILOMENA 1987; CAVALLO 1910).
Attualmente l'organismo architettonico ostenta più la forma tipologica di una insignificante abitazione che non i caratteri propri di un luogo di preghiera, eccezion fatta per una lunetta esposta a ovest, alcune epigrafi e un piccolo campanile a vela, posti sul versante orientale della scatola muraria.

CHIESA DI SANT’ANNA
L'attuale impianto planimetrico e il carattere decorativo della facciata occultano del tutto la forma originaria della chiesa, sorta nella seconda metà del Seicento e per lungo tempo cantiere aperto di lavori di 'abbellimento' (fig. 4.45a, fig. 4.45b). La navata unica viene ampliata a destra e a sinistra, con due navate laterali molto strette, a cavallo fra Sette e Ottocento. Il transetto, appena accennato, interseca la navata principale, generando una cupola estradossata a sesto acuto. Gli ultimi lavori, compiuti per mano di Gaetano Marschiczek (1915 circa), interessano la facciata, sulla quale si rievocano gli stilemi linguistici propri dei revival stilistici di fine Ottocento. Il portale del prospetto è ispirato a quello della chiesa leccese dei Santi Nicolò e Castaldo; l'arcata che sormonta la finestra ricorda la forma della lunetta posta sull'ingresso della piccola chiesa di San Marco in piazza Sant'Oronzo a Lecce (ANDRIANI 1889; CAVALLO 1910; DE GIORGI 182; FILOMENA 1987). Il progettista, chiamato dalla famiglia Dentice di Frasso a compiere un 'restauro in stile del maniero fortificato', applica qui come altrove il criterio progettuale della 'rivisitazione in stile' (VIOLLET LE DUC 1866)

CHIESA NOVA
Cantiere di lunga gestazione, avviato nell'ottobre dell'Ottocento, viene completato solo nel 1977, a seguito di alterne vicissitudini (fig. 4.46). L'organismo originario avrebbe dovuto possedere una cripta inferiore e un'aula liturgica superiore suddivisa in tre navate, tutte voltate con sistemi stellari compositi. Alla metà dell'Ottocento risultano edificati la cripta, il coro, la sagrestia e la cappella del Santissimo, le navate laterali. Bisogna edificare l'ampia navata centrale. Per oltre un secolo il cantiere resta fermo, fino a quando chiamato l'arch. Mazzotta di Novoli, l'edificio viene coperto con un sistema di solaio prefabbricato, fondato su pilastri a sezione variabile, d'ingente altezza.

Fino al secondo dopoguerra la cripta ha svolto la funzione di ossario comunale, per poi essere abbandonata. A seguito di lavori di restauro compiuti nel 2006, sotto l'Episcopato dell'Arcivescovo Rocco Talucci, con il supporto della CEI, dell'Amministrazione Comunale e per volere dell’Arciprete Giovanni Calò, dietro progetto della scrivente, circa 800 mq di superficie semipogea sono stati riconsegnati alla comunità (fig. 4.47) e oggi ospitano molteplici attività culturali, ludiche e ricreative. Meravigliosamente arcaici e attuali, gli ambienti della cripta della chiesa Nuova di Carovigno sono restaurati per essere finalmente vissuti da tutti.

In questa spazialità, coperta da un manto di strutture voltate stellari, uniche nella loro forma e per la loro tecnica costruttiva, l'intervento di restauro, votato per quanto possibile al principio del minimo intervento, è stato condotto alla luce di una criticità militante, sofferta e vagliata costantemente, fondata sulla dialettica tessuta fra la committenza (pubblica ed ecclesiastica), la Direzione dei lavori e l'impresa esecutrice dell'opera.
Le scelte progettuali hanno optato verso un lessico architettonico che ha fatto largo uso di tecniche costruttive tradizionali, compatibili con la preesistenza, nel consolidamento strutturale; nel restauro delle superfici lapidee; nell'apertura di nuovi accessi, in cui sono stati messi in opera blocchi monolitici in pietra, posti a contrasto con funzione di piattabanda, inseriti per tutto lo spessore murario; nell'orditura d'impianti tecnologici sempre esterni ai nuclei murari e mai sotto traccia; nella reintegrazione dell'immagine architettonica, lì dove quest'ultima ci è giunta sfregiata (pilastri giganti in conglomerato cementizio armato).
Nel progetto gli elementi della contemporaneità vengono inseriti nella preesistenza, rispettando i valori estetici e storici che il tempo ha sedimentato sulla pelle dell'edificio e caricando di segni liturigici l'impianto a croce latina della cripta.
Si è riusciti, con un lavoro assiduo e quotidiano a plasmare la materia, a rendere accessibili e percorribili gli ambienti rocciosi, a superare dislivelli e notevoli salti di quota, a formulare un intervento di restauro in cui le ragioni della storia hanno cercato di sposare le ragioni della funzione (fig. 4.48a, fig. 4.48b).

Una sinergica e fruttuosa convivenza di forze giovani e di spiriti giovanili che hanno desiderato raggiungere l'obiettivo del completamento dei lavori di restauro, in una città, quale è quella di Carovigno, in cui per la prima volta si affrontava un'esperienza di questo tipo: nuova sotto tutti i punti di vista: nel metodo di lavoro; nella modalità di finanziamento; nella gestione del cantiere (PECORARO 2006).

CHIESA DEL CARMINE
Il 2 Dicembre 1625, dietro istanza dei Carmelitani, la Sacra Congregazione e la Curia di Ostuni approvano il trasferimento del Convento del Soccorso, dal sito infestato da aria malsana in un'area posta in prossimità dell'arco di Del Prete, sul versante orientale del rione Terra (fig. 4.49). I carmelitani iniziano a fabbricare un complesso architettonico imponente e articolato, composto da chiesa e convento al di fuori delle mura di cinta della città. Per tale motivo il prospetto occidentale è dotato di caditoia utile per la difesa piombante dal terrazzo. Il sito è conosciuto nel Seicento con il toponimo di Campo della Sibilla e la chiesa presenta originariamente un accesso da nord, ancora oggi visibile.

L'organismo architettonico ha mantenuto pressoché inalterato il suo impianto, anche se, a seguito della confisca dei beni da parte dello Stato Italiano, il convento è passato nella mani del Comune che ne è tuttora proprietario. La chiesa attuale ha l'ingresso ubicato su via Verdi e lambisce perimetralmente Corso Vittorio Emanuele II. Un piccolo e secondario ingresso è stato arbitrariamente aperto nel 1981. Il portale d'ingresso risale al 1723 ed è realizzato integralmente in pietra. L'interno è a navata unica, con altari laterali e transetto non aggettante rispetto al corpo di navata. I sistemi voltati stellari ricoprono i locali della sagrestia. L'aula liturgica è voltata a botte lunettata ed illuminata da finestre di ampia dimensione. Un articolato e profondo coro, coperto con sistema voltato stellare composito, in parte celato dall'altare seicentesco principale, completa la geometria compositiva (fig. 4.50).

Le otto cappelle laterali erano un tempo rivestite da affreschi, ora esse ospitano alcune tele di discreto pregio artistico. Di fattura barocca e scuola napoletana sono il pulpito e l'altare maggiore, quest'ultimo racchiude una tela seicentesca di autore ignoto raffigurante la "Vergine del Carmelo". Recentemente sono stati riportati alla luce numerosi frammenti di affreschi nell’aula liturgica; pertanto è possibile ipotizzare che originariamente il complesso fosse integralmente affrescato. Contestualmente si è intervenuti per compiere interventi di manutenzione ordinaria (2012) e straordinaria (2013) sull'estradosso della copertura, inficiata da un rovinoso intervento di posa in opera di campane su cavalletti metallici, incastrati in una trave di cls armato, sul versante occidentale dell'aula unica. Un recente intervento illuminotecnico (2013) curato da chi scrive in collaborazione con l'ing. Pietro Larghezza, ha conferito all'organismo architettonico un processo di reintegrazione dell'immagine generale del monumento.


CHIESA DI SANTA MARIA DEL SOCCORSO
La ricerca storico documentaria relativa a questo complesso architettonico seicentesco è alquanto povera di dati archivistico documentari noti alla letteratura scientifica. Le poche fonti sono riferibile a quanto riportato nella scarna bibliografia di riferimento e produzione locale, mentre molto si potrebbe fare a livello di ricerca storico-critica, interrogando direttamente il monumento di pietra.

Questo è uno degli obiettivi che ci si propone di perseguire nel momento in cui verrà avviato il prossimo cantiere di restauro: attivare un cantiere-scuola, attraverso il quale studiare approfonditamente e direttamente le apparecchiature murarie, i sistemi voltati stellari compositi e quanto altro necessario per restituire alla città una maggiore comprensione del proprio patrimonio storico-artistico-architettonico.
Eretto nel 1588, il convento di S. Maria del Soccorso occupa la zona valliva denominata "Pacifico", sulla strada che da Carovigno conduce a Brindisi. I padri carmelitani avviano la costruzione del monumento. Questo edificio nasce in aperta campagna, ma presto condizionerà lo sviluppo urbano extra moenia di Carovigno, tra Cinquecento e Seicento, indirizzandone l'espansione in direzione sud-est.

Il 24 maggio 1604 un benefattore, Santoro De Santoro, finanzia la costruzione di una chiesa non interna al convento, ma esterna per la pubblicazione fruizione. Contestualmente sono edificati i locali posti a ridosso dell'aula liturgica, da adibire a refettorio e a cucina. La nascente struttura si distribuisce intorno al chiostro, ed è dotata di un pozzo centrale. In seguito vengono costruiti gli ambienti del primo piano, lo scalone di rappresentanza e il campanile a doppio fornice, fornito di due campane, di cui una sola è oggi superstite (fig. 4.51a, fig. 4.51b, fig. 4.51c).
Ma a causa dell'aria poco salubre del sito, nel 1625 i padri carmelitani si trasferiscono in una zona più salubre, in prossimità della porta detta Gli Archi del Prete. Il complesso viene denominato "Carmine Minore", in quanto grancia del cosiddetto "Carmine Maggiore".
Dopo la soppressione delle proprietà religiose, avvenuta nel 1809, e fino alla sua riattivazione, il convento del Soccorso è del tutto abbandonato.

Agli inizi dell’Ottocento gli ambienti del complesso sono trasformati in tabacchificio, sotto l’egida della famiglia Dentice. In seguito diviene anche ospizi per anziani, su volere dell’arciprete don Giosuè Lanzillotti.
Nel 1961 la Chiesa del Soccorso viene finalmente riaperta al culto, mentre intorno agli anni Ottanta del XX secolo alcuni privati si trasferiscono a vivere al primo piano, mentre al piano terra è allestita una scuola Materna intitolata alla Santissima Maria di Belvedere.
A seguito del trasferimento delle famiglie e con la chiusura della stessa scuola materna, l'edificio non viene più manutenuto e questo causa un progressivo processo di degrado, dovuto essenzialmente ad infiltrazione di acque piovane dagli estradossi delle coperture in pietra e battuto di terra (fig. 4.52, fig. 4.53).
L'intervento di restauro promosso dall'asse III, Misura 313.1 di cui questa pubblicazione è risultato materiale, permetterà alla struttura del refettorio del convento, posta al piano terra di ricevere quegli interventi di consolidamento strutturale e di restauro critico-conservativo , necessari per riconsegnare alla città l'uso di questi splendidi ambienti. Il progetto mirerà all'utilizzo di questi ambienti da parte di associazioni di categoria che vorranno qui esporre i prodotti agricoli locali, creando un centro di informazioni turistiche, oltre che un raggiungibile punto vendita (fig. 4.54).

CHIESA DELL'ADDOLORATA
Di fattura cinquecentesca, con aula unica voltata a botte lunettata, di piccole dimensioni, munita di un essenziale campanile a vela sul prospetto, questo monumento rispecchia pienamente le richieste tipologiche post conciliari.
L'interno nasconde cicli di affreschi di discreta fattura, al di sotto della pittura bianca parietale.
La sua posizione geografica, al di fuori delle mura cittadine, e la stessa denominazione, chiesa dell'Addolorata, detta anche dell'Ospedale, consentono di ipotizzare un suo uso assistenziale e ospedaliero rivolto ai viandanti che giungevano in città e bisognosi di cure.
La chiesa si presenta come una scatola muraria di forma parallelepipeda, con soluzione di chiusura piana in facciata, portale dalle linee sobrie e finestrone sovrastante posto in asse di forma rettangolare. Attualmente la struttura è stata fagocitata in parte dai limitrofi condomini di nuova costruzione, che con prepotenza ne hanno soffocato la sobria ma semplice eleganza formale.

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